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Ode alla signora F. …per non dimenticare…

La signora F. c’è sempre stata…

Terezin

Lei, la sua vestaglia rossa… di ciniglia…

i suoi canarini, la poltrona di velluto verde

ed il signor F…

senza due dita ma con un paio di baffi.

La signora F. lasciava sempre la porta aperta…

La mattina cantava a squarciagola,

nel pomeriggio ricamava

e la sera si perdeva nei suoi ricordi…

La signora F. aveva un tavolino tondo,

coperto da un’impalpabile trina…

e sopra una foto di tre bambini

in una cornice d’argento.

“Chi sono?” chiedevano i miei cinque anni

“Sono i miei figli”… un singhiozzo e

“Mangia un cioccolatino”…

“Dove sono? Voglio giocare con loro!”…

“Sono lontani”

bofonchiavano i baffi del signor F. dalla poltrona verde…

“Non è possibile” tremava il petto della signora F.

ed io scomparivo nel suo abbraccio

e m’inumidivo dalle sue lacrime…

La signora F. aveva uno strano tatuaggio sul braccio…

“Cos’è questo che sembra un cigno?”

“è un due”

No, è proprio un cigno, sentenziavo…

La signora F. aveva anche una chiocciola 6

ed una lumaca 9 accanto al sederino 3…

Ed il signor F. aveva anche una pista per le macchinine 8…

Lui solo,

le femmine non giocano con le macchinine, vero?

Il signor F. aveva anche la frusta 1…

Le piccole dita innocenti dei miei cinque anni

scorrevano su quei segni…

Allora la signora F. accendeva la radio

e mi portava davanti alla gabbia dei canarini:

“Tra poco canteranno, vedrai”…

La sera comunicavo le mie scoperte in casa…

Ah, sospirava la nonna e, rumorosa, si soffiava il naso…

Ah… che tragedia… che crudeltà… che pena…

Ah, Oświęcim… Auschwitz… le camere a gas…

Frammenti di parole, mescolate ad altre… incomprensibili.

Ah, ah…

La signora F. festeggiava Pesach

e non lavava i piatti sabato e domenica…

Una volta all’anno la signora F. si vestiva tutta di bianco…

Anche il signor F. sfoggiava camicia e pantaloni bianchi…

Quel giorno non si sentiva il profumo di cibo in casa loro…

“Ah, è lo Yom Kippur” bisbigliava la nonna

“Il giorno dell’espiazione”…

“Ma cos’avranno mai da espiare, quei poveretti?”

La crocchia della nonna era in disaccordo…

“Oggi niente dolcetti, piccola… digiunano!”

Un giorno la porta della signora F. rimase chiusa…

Ah, ah… il signor F. sta male…

Ah, ah… avete sentito l’ambulanza,

Stanotte alle quattro…

Ah, ah… poveretto…

è già un miracolo se è vissuto tutti questi anni…

Ah, ah… con la milza spappolata

Ah, ah… con un rene solo

Ah, ah… anche l’enfisema per colpa dei nazisti…

Ah, ah…povero Franz…

La signora F. smise di cantare…

“Dov’è il signor F.?”

“Ah, è andato dai nostri bambini…”

Ah, ah…

“Ma quando torna?”

“Non torna… sarò io quella che andrà da lui…”

Ah, ah…

La signora F. smise di lavare i piatti,

smise di vestirsi e di pettinarsi…

Accatastava i piatti nel lavello,

uno sopra l’altro…

uno sopra l’altro…

in una piramide assurda e puzzolente…

in barba alle leggi di gravità…

fintanto che la cima non cadde a terra…

Ah, ah… arrivò la nonna con grembiule,

vecchi giornali ed un piatto di ciambelle…

Ah, ah… faccia un tè… nel mentre io riordino…

La signora F. uscì di casa sventolando una busta…

Sorrideva

Sorrideva…

Una lettera di Franz… gridava

E ci sono i disegni dei miei bambini!

Ah, ah… pianse la nonna

Ah, ah… è impazzita, poveretta…

Ah, ah… signora mia, si scrive le lettere da sola!

La signora F. mostrava i disegni dei suoi bambini

a tutto il vicinato…

Questa nave l’ha disegnata Jacob… quant’è bravo…

un vero genio… vuole fare il marinaio…

E questo, vedete che tocco lieve…

questo cielo è opera di Miriam… lei suona il piano,

sapete… ha proprio un talento unico… farà la concertista…

e questo scarabocchio è del piccolo di casa, Yosef…

un amore di pupetto…

Ah, ah… non va più al cimitero…

Ah, ah… certo, c’è solo Franz in quella tomba…

i corpi dei bambini non sono mai stati trovati…

Ah, ah… come aiutarla…

Ah, ah…

La signora F. mi regalò un orso di pezza…

senza un occhio e tutto ricucito…

Ah, ah… che ti ha dato?

Un balocco di Miriam…

Ah, ah…un sacro ricordo di sua figlia…

Salvato

da quel che rimase della loro casa

insieme con pochi altri ricordi…

Tutto distrutto

Tutto distrutto…

Ah, ah… speriamo bene…

La porta della signora F. non si apre…

Da un’ora la nonna bussa sull’uscio…

Concitato vociferare delle comari,

misto allo schiocco delle tante nocche…

sul duro legno della porta…

Ah, ah… aprite la porta!

Calci, pugni, botte…

Un improvvisato piede di porco

ha la meglio…

finalmente…

Ah, ah… poveretta!

Vicino al soffitto…

In alto, alto…

vola la signora F.

Una grossa farfalla

di bianco vestita…

Felice…

Irraggiungibile…

Sorridente…

Stona solo

quella corda al collo…

Ah, ah…

Shalom.

Copyright© Vera Somerova VerSo

– inedita

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Marta

Marta si stava di nuovo mangiando le unghie. Succedeva spesso, ultimamente. Scostò la tenda della finestra del salone con la mano sinistra e, continuando a rosicchiare l’estremità dell’indice destro, si compiacque della coltre bianca che non le faceva nemmeno intravedere i palazzi di fronte.

Ti adoro, Milano, quando hai la nebbia” sussurrò per sorridere di se stessa.

La sveglia in camera da letto, con quel suo solito suono gracchiante, la fece sobbalzare. Quando si decide di solitudinecomprarne una elettrica, quel tirchione?

Si potrebbe avere un caffè o è chiedere troppo?”

E magari lo vorresti anche a letto, eh?” il risentimento era troppo forte e le parole, strozzate, a malapena fluivano dalla bocca. Marta si schiarì la voce tossicchiando ma più cercava di riacquistare un tono normale, più capiva che non ne sarebbe stata capace mai più.

Hai di nuovo torturato le tue unghie, sciagurata… hai le dita piene di sangue” le lanciò quello che ancora ieri pensava l’uomo della sua vita. Si stupì del gelo in quella voce, del timbro crudele, tagliente come la lama di un coltello e stridulo come il suono che la paglietta di ferro produce sulle pareti delle pentole sporche. Si appiattì contro la parete, immobile e bianca, cercando di non vomitare.

È solo una camicia azzurra pensò… nient’altro che una camicia azzurra, di passaggio nel mio corridoio

Allora quel caffè? O devo andare a prenderlo al bar?” borbottò la camicia azzurra.

Si, si… ora metto la caffettiera al fuoco… Mario”… la camicia aveva un nome, tutte le camicie ce l’hanno… specie quelle azzurre con il monogramma ricamato sul taschino.

Tu non lo prendi?” lo sguardo dell’uomo si fece attento ed indagatore.

Che hai? Stai male? Non vieni in ufficio con me?”

Dio, ti prego, fai che la smetta di girare quel maledetto cucchiaino in quella stramaledetta tazza!

Ho un po’ della mia solita emicrania… Nulla di grave… Magari torno a letto ancora per un pochino… Stai tranquillo, vengo semmai più tardi”… la voce le morì in gola. Era troppo, non avrebbe potuto pronunciare una parola in più.

Allora ciao” la tazza finì nel lavello con un tonfo, la camicia si mise la giacca ed il giaccone, prese la cartelletta con i soliti documenti, le chiavi della macchina e salutando la donna con un distratto bacio sulla fronte, si diresse verso l’uscio. Ancora prima che varcasse la soglia, l’insopportabile jingle bells del cellulare lo fece rallentare. Si frugò nelle tasche imprecando.

Non potresti… cambiare la soneria al cellulare” Marta, sull’orlo di una palpabile crisi di nervi, quasi pianse.

E perché mai? Siamo a due settimane da natale… è più che appropriata” bofonchiò stizzito lui.

Pronto”… cartelletta sotto il braccio, una mano sulla maniglia e l’altra a dominare il telefono.

Pronto, pronto… si, sto uscendo”… e nel vento sollevato dallo sbattere della porta, si udì forte e chiaro “tesoro”.

Marta si rifugiò in bagno. Avrebbe voluto picchiare la testa contro l’immacolato ripiano di marmo bianco del lavabo…fino a colorarlo di rosso. Avrebbe voluto urlare fino a far tremare quello stupidissimo lampadario di gocce di cristallo e vederle cadere a terra una ad una. Avrebbe voluto non sentire il peso dei suoi quarantacinque sterili e traditi anni, che la osservavano impietosi dallo specchio.

Che tu sia maledetto!” un urlo liberatorio finalmente lasciò il suo petto.

Che tu sia maledetto… tu e quella puttana!”

Ecco, l’ho detto. Stupida, stupida, stupida…

Appoggiata sulla colonna di marmo che le piaceva tanto, la donna scivolò lentamente fino a terra. Aprì l’ultimo cassetto del mobile sottolavabo e dal di sotto degli asciugamani, estrasse una voluminosa busta bianca. L’agitò e come se stesse zuccherando una torta, sparse intorno a sé fotografie intere, mescolate a quelle ridotte in coriandoli.

Ho pagato tremila euro per questo schifo!”

Le foto, opera di un fotografo – detective specializzato in tradimenti, non lasciavano spazio a dubbi. C’era Mario, ritratto in tutte le pose immaginabili, pensabili ed impensabili… incorporato comunque e sempre ad una bruna sfacciata, vistosa, tutta tette, culo e cosce. La giovane segretaria dello studio notarile tra i più importanti della città, eredità di papà. Lei e Mario, abbracciati tra le panchine dei giardini pubblici con l’erba verde e fiori estivi… Mario e lei, a passeggio tra le foglie autunnali lungo le sponde di un lago… lei e Mario, bocca sulla bocca, nitidi nella finestra illuminata di un ufficio chiuso… Mario in piedi e lei sul cofano della macchina con le cosce aperte…

Oh dio, cosa faccio?” le mani nervosamente riducevano le fotografie in striscioline. Come ha potuto? Lui era tutto per me…dal primo momento che ci siamo visti… nella mensa dell’università. E da allora abbiamo sempre fatto tutto insieme… gli studi, esami di stato, impiego nello studio di papà… i viaggi d’estate in giro per il mondo… d’inverno a St. Moritz o Courmayer…

Bella vita ti ho fatto fare, eh, bastardo!” Tutto era perfetto, troppo perfetto… Certo, i figli non sono venuti e questo è stato un grosso cruccio specie per lui, abituato ad una famiglia popolana, grande e calorosa, con i suoi tre fratelli e due sorelle… ma dopo tanto pellegrinare tra un luminare ed altro, dopo aver appreso che la colpa – se di colpa si può parlare- era di lei e del suo utero bicorne… dopo tante fatiche e disattese speranze sciolte in due chiazze di sangue di aborti spontanei… lei ha detto “basta”. Non voleva più illudersi, non voleva più soffrire… per lei la speranza era morta. Mario ha continuato ad insistere… prendeva appuntamenti con questo o quel medico dove andava da solo… lei: regolarmente trovava una scusa per non presentarsi. Le notti, una volta piene di passione, sono diventate buchi neri senza fine con lui che continuava a sussurrarle parole dolci cercando di fare il sesso, il più delle volte senza riuscirci. Ed erano le lacrime di lei a fermarlo, la sua disperazione di donna a metà, quella che non darà mai un figlio al proprio uomo, quella che non diventerà mai una madre. Che senso aveva fare il sesso? Il sesso lo fanno i vivi… lei ormai era un putrido cadavere.

E così, inevitabilmente, entrarono in crisi, una crisi profonda, durata un paio d’anni, durante i quali lei smise di occuparsi anche di se stessa. Non andava più in ufficio -se non in rarissime occasioni- non frequentava le amiche, il parrucchiere, la palestra… tutte cose che prima facevano parte del suo mondo. Non sopportava stargli vicino, detestava il suo odore di maschio, i sospiri, il respiro… passava le notti a fissare lo schermo televisivo senza vederlo, avvolta in una sdrucita coperta sul divano, con la scusa degli attacchi d’emicrania.

Era allora che Vittoria entrò nella vita dell’uomo. Assunta dal suocero, la giovane si manteneva agli studi lavorando. Di famiglia modesta, intelligente, graziosa e determinata con molti sogni nel cassetto, Vittoria divideva un piccolo appartamento con altre due studentesse. Da tempo cercava un’occupazione stabile, anche da segretaria, inviando tenacemente il proprio curriculum a tutti i studi notarili della città. La spingeva l’ambizione, forse eccessiva, di diventare lei stessa un notaio e dato che l’ottimismo e perseveranza non le mancavano, alla fine l’ebbe vinta: un ottimo impiego presso lo studio notarile D’Agostino, un primo trampolino di lancio. Lavorava seriamente Vittoria, sempre gentile ed affabile, precisa e corretta, nel lavoro non si risparmiava. Dal cuore sensibile, s’accorse subito della tristezza che segnava lo sguardo del vecchio notaio e della disperazione del giovane i quali, in principio, credeva fossero padre e figlio.

Il vecchio D’Agostino si spense improvvisamente, fu come recidere un fiore. Un attimo prima, nella sala ovale, eccolo a dare le solite mattutine indicazioni ai collaboratori… un istante dopo era morto stecchito sul pavimento del suo ufficio. Un infarto, dissero, killer silenzioso ed inatteso. Nel momento del decesso di suo padre, Marta era troppo occupata a piangere su se stessa per comprendere l’eternità di quell’addio. In lei non ci fu sofferenza per quella morte, non ci furono lacrime, rimpianti… se non molto tempo dopo… Mario invece pianse, patendo pene d’inferno. La morte del suocero lo colse impreparato e moralmente a terra, dubitava di poter dirigere da solo un ufficio così importante. Si sentiva inadeguato professionalmente e detestava l’idea di essere rimasto da solo a prendersi cura della moglie, bambola vuota dal viso indecifrabile, apparentemente priva di sentimenti. Al funerale del vecchio notaio c’era tutta la città, o, almeno così sembrava a Vittoria. Tra fiori, corone, cavalli che trainavano il carro con la bara, discorsi, donne ed uomini vestiti a lutto, la ragazza vide per la prima volta Marta. Si stupì del pallore, magrezza e sguardo vacuo: la donna le sembrò un involucro dal quale i ladri hanno portato via la vita. Uno scrigno vuoto, disperatamente vuoto. Il giorno dopo, fermatasi nell’ufficio oltre l’orario, entrò nella stanza di Mario ed in modo molto naturale, come se l’avessero fatto da tempo, s’unirono nel primo, dolcissimo amplesso. Mario nonostante fosse in pieno della sua potenza di maschio, non faceva l’amore da due anni. Nello sconforto più nero, una volta provò consumare con una del mestiere… ma si fece schifo ancora prima di sbottonarsi i pantaloni… Solo l’esigenza fisica, dolorosa e non controllabile, lo fece proseguire… venne quasi subito, pagò con mano tremante e fuggì, come se avesse visto il diavolo. Arrivato a casa, si chiuse in bagno e gettandosi addosso contenuto d’un intero flacone di bagnoschiuma, iniziò a strofinarsi il corpo con un guanto di crine, fino a farlo diventare tutto rosso come quello d’un gambero. Se avesse potuto, si sarebbe spellato vivo. Con Vittoria era diverso, ecco con lei non si poteva parlare di tradimento. Era l’amore allo stato puro, un’intesa insperata, una sublime unione di corpi e spiriti…

Quella sera tornò a casa, felice come non gli succedeva da tempo, talmente pieno d’emozioni e sentimenti contrastanti da riuscire a guardare con affetto persino Marta, spettinata e malvestita, intenta a rosicchiarsi le unghie. Non pensava neanche che l’avesse notato e rimase inchiodato al pavimento per la sorpresa, quando la donna sollevò il capo fissandolo con occhi attenti e consapevoli.

Ah, finalmente sei tornato…” gli disse con una voce chiara e ferma, proseguendo senza attendere la sua reazione:

““Ho pensato di trasformare la stanza dei bambini” s’alzò dal divano calpestando una pila di giornali.

Domani esco per cercare i mobili…” Mario non credeva alle sue orecchie. Stava sognando oppure era proprio la voce della moglie, di quella moglie mezza matta, imbottita di medicinali, considerata irrecuperabile e sotto costante e vigile sguardo di un’infermiera?

Se vuoi, puoi restare nella mia camera… in quella nostra” si corresse balbettando. Un secco “no” gli tolse ogni altra parola dalla bocca.

Ho bisogno d’un rinnovamento.” Marta insistette a cedere ufficialmente al marito la stanza matrimoniale. Non se la sentiva neanche di entrarci, ogni oggetto le rammentava la spensieratezza e folle felicità dei primi anni di matrimonio. Era da tempo che le poche ore del sonno che non arrivava mai, le passava tra i divani di sala, coperta alla meno peggio con i variopinti e consumati plaid, disseminati qua e là. Poi prese a bivaccare in quella che doveva essere la cameretta dei suoi bambini. E lentamente, tra un pianto e molte imprecazioni, Marta mise in atto la sua rinascita. I giocatoli, i quadretti, la culla… finirono accatastati in soffitta. Marta, meravigliandosi di se stessa, prese di uscire ritrovandosi ancora viva e vogliosa del bello tra i banchi dei rigattieri e negozi d’antiquario alla ricerca del ninnolo in porcellana, comò intarsiati, lampadari in vetro di Murano. In casa arrivavano mazzi di fiori misti a sofà imbottiti, tende luminose, cuscini e tappeti preziosi.

Mario assisteva sbalordito a questa trasformazione. Vederla rifiorire dopo quasi due anni di una vita da larva, è stato un secondo regalo dopo l’amore di Vittoria. Non sperava più in un recupero, non credeva di vederla ritornare ad una vita normale. Si era abituato all’immagine di lei, piegata su se stessa, in balia alla depressione e senza alcuna volontà di uscirne, sempre chiusa in casa considerata un rifugio dal mondo, una conchiglia protettiva dal vociare dei bambini e mamme nei giardinetti…

Ah Marta, Marta… perché ti sei allontanata dalla vita? Un allegro saluto ed il ticchettio di veloci passi lo fece ritornare alla realtà.

Mario, aspetta! Amore, buongiorno… hai dormito bene?” Un bacio frettoloso nell’androne del palazzo gli fece battere il cuore. Amava profondamente Vittoria ma non riusciva non pensare a sua moglie. Era strana Marta stamattina… gli occhi rossi e la faccia tirata, le unghie di nuovo martoriate… come se dovesse ripiombare nel buio della depressione, come se lo odiasse a morte.

Che hai?” il tenero sorriso si fece indagatore.

Niente, niente, forza, cammina” spinse la ragazza nell’ascensore salutando con un cenno di mano ed un sorriso la portinaia, intenta a annaffiare un mostruoso filodendro.

Prima o poi se la mangia” sogghignò a denti stretti.

Chi? La pianta la signora Adele o la signora Adele la pianta?” trillò Vittoria.

Al lavoro, bimba, al lavoro… oggi c’è un sacco di cose da fare.” Mario aprì la porta dell’ascensore e si mise a rumoreggiare con le chiavi davanti all’ufficio.

Ho le mani infreddolite, pensaci tu” passò il mazzo alla ragazza e guardò con una punta di divertito stupore le agili dita che in un batter d’occhio aprirono la vecchia serratura spalancando il massiccio e lucido portoncino d’ingresso.

Prego, mio principe” Mio principe un corno… mi sento come se camminassi sulle acque… c’è qualcosa che non va…

Te la faccio pagare, stronzo!” in ginocchio sul freddo pavimento del bagno, Marta improvvisamente sentì un’esigenza, una spinta quasi dolorosa di vomitare. Tre mesi di pedinamenti… le fotografie che l’occhio di lince continuava a scattare e lei -che rimandava di prenderne visione- comportandosi come uno struzzo buono solo a staccare assegni…

Merda” Si alzò di scatto calpestando quel che era rimasto delle immagini. Tra le mani teneva l’ultima, quella che l’aveva ferita di più: ritraeva l’uomo della sua vita seduto sulla scrivania e lei, la puttanella, accovacciata ai suoi piedi in atteggiamento inequivocabile… Si vedeva soltanto la nuca di Vittoria, massa di capelli stretti alla meno peggio nella morsa di un elastico, con qualche ciocca sfuggita, ribelle, sulle spalle nude… le nocche bianche di Mario serrate intorno al bordo del tavolo, il suo bel viso in piena estasi… Marta immaginava il lento andare avanti ed indietro della testa di lei, china sul pube di lui… E come se non bastasse, lo scempio si compiva sulla scrivania di noce ed ebano, pregiato pezzo d’antiquariato che arredava l’ufficio del vecchio notaio, del quale Marta ha preso il possesso qualche settimana prima, nello stupore generale di tutti.

Svergognato! Te la sei scopata pure sulla scrivania di papà! E con la mia fotografia in bella vista!” Con movimenti convulsi spiegazzò la foto. Non hai vinto. L’ufficio è anche mio… O ti anniento o ti riprendo… la scelta è tua… e la troia è fuori…

Merda” Ora mi vesto e vado in ufficio. E la sputano davanti a tutti. Faccio una bella lettera di licenziamento e via! Marta aprì nervosamente la porta della cabina armadio. Che mi metto? Un tailleur sportivo, meglio giacca lunga e pantaloni… ecco, questo qui… bello caldo… marroncino chiaro, quasi beige… sotto un bel maglione a collo alto, marrone scuro e sopra una mantella dello stesso colore… e voilà… stivaletti bassi e borsa coordinata…

Si, non c’è male” si rimirò nello specchio, controllò la pettinatura ed uscì sbattendo la porta. Ascensore arrivò immediatamente, il palazzo, a quell’ora, era praticamente vuoto. Il pianerottolo era deserto, la portineria chiusa e Marta provò un senso di gratitudine per non vedere nessuno. Meno male che la portinaia qui non era tanto impicciona come quella dell’ufficio! La donna si strinse nella mantella e si dispiacque per non aver indossato un copricapo e dei guanti. Brrrr, che freddo! Aspettare l’autobus in queste condizioni è da pazzi, prendo un taxi…. Marta rientrò nell’androne e si mise armeggiare con il telefonino.

Pronto? Radiotaxi Segrate? Si, senta potrebbe venire in via Olgetta? Si, il primo condominio dopo il ponte… si, si dal laghetto a destra… l’aspetto fuori, davanti alla sbarra”  Maledetto il giorno in cui ho voluto vivere nel verde… un attico a Milano 2… pfui… ma pensavo di avere una grande famiglia… tanti bambini… e questo posto era ideale per farli crescere… ma ora… forse sarebbe meglio vendere ‘sto cazzo di appartamento ed andare ad abitare vicino all’ufficio, in casa dei miei… tanto sta là, abbandonata a se stessa… e dopo la morte di papà, ci va solo Mario… dice di dar aria… ma ci va scopare… cristo! Marta rabbrividì… ah, ecco il taxi…

Via Monte Napoleone… ma può lasciarmi in piazza San Babila” Quasi quasi passo prima da casa di papà, un salto in via Bagutta forse mi farà sentire meglio… Buffo, chiamare ancora quell’appartamento “la casa di papà”… quanto tempo è passato dalla lettura del suo testamento? Un anno? Due?

Mio Dio” sospirò. Il testamento del vecchio notaio riservò qualche sorpresa… Oltre ai vari lasciti per i dipendenti, D’Agostino lasciava in eredità a suo genero l’appartamento in via Bagutta, per intero e comprensivo di tutti gli arredi e corredi nonché il cinquanta percento dell’appartamento sito in via Monte Napoleone, adibito ad ufficio, tutti gli arredi compresi. Marta non fece obbiezioni, all’epoca viveva in compagnia della sua depressione e nulla la interessava. Inoltre, la legittima non è stata lesa in quanto la donna ereditò diversi altri immobili che facevano parte dei beni di famiglia.

Mio Dio” mille pensieri si affollavano nella sua testa… I ricordi del passato, la voce paterna e le carezze della mamma, morta troppo presto… Il soave profumo che si sprigionava dalla camera della nonna, una vecchia signora d’altri tempi… Il fruscio di seta dell’abito di mamma quando andava alla prima della Scala… Il gigantesco albero di natale ed il presepe lungo tutto il corridoio che illuminava il suo sguardo da bimba felice…  Ah, non ho ancora fatto l’albero… e neanche il presepe… Chissà dove saranno i vecchi addobbi, tutte quelle figure di pastorelli… re Magi… Maria e Giuseppe… il bambinello… tutta la magia dei tempi passati…

Siamo in piazza San Babila, signora” la voce maschile interruppe le sue fantasticherie.

Ah, quanto le devo?” senza attendere la risposta, Marta sfilò dal portafoglio una banconota da cento euro e la porse all’uomo “Tenga il resto e compri qualcosa di bello a sua moglie… e… buon natale!” Il tassista si profuse in ringraziamenti ma Marta era già fuori e correva, correva a perdifiato dall’altra parte della piazza.

Stia attenta” le gridò una voce…

Signora, si fermi” le urlò il tassista…

Ma questa è pazza” … si dannavano gli automobilisti

Mio Dio, si ammazzerà!” stridevano le gomme…

Ah, che vociare di galline”, rise Marta, “io sono il vento”… E corse senza voltarsi neanche quando udì un grande trambusto… come di vetri rotti… la puzza di gomme bruciate e grida umane di aiuto… Corse, aveva altro da fare, corse anche quando sentì uno strano sapore in bocca…

Arrivò in ufficio tutta trafelata. Nell’androne quasi investì la signora Adele intenta a spettegolare con l’inquilina del primo piano, quella che si lamentava spesso per i rumori provenienti dall’ufficio: “Dottoressa, le sue impiegate non dovrebbero portare i tacchi a spillo” sentenziava “con quel loro ticchettio su e giù mi trapanano il cervello… la casa è vecchia, scricchiola tutto… mancano solo loro con quei tacchi…” Ahaha, menomale che non mi hanno fermata con le loro lagne!

L’ufficio era stranamente vuoto. Non c’era l’anima viva. Nell’atrio Marta osservò stupita il grande albero natalizio con in cima la stella che da sempre ha decorato la sua infanzia. Nell’angolo poi c’era il vecchio presepe. Oddio, qualche figura mancava, anche la composizione non era quella abituale ma Marta provò un senso di pace e di gratitudine.

Oh, grazie, Mario, grazie davvero per questo stupendo regalo!” si sciolse in lacrime di commozione.

Ma cosa sta succedendo? Dove sono tutti quanti?”

C’è nessuno?” Dalla stanza riservata al ristoro uscì Stefania, la storica segretaria dell’ufficio, intenta a reggere due tazze di caffè in bilico su un piccolo vassoio.

Hmmmm il caffè” tirò su con il naso Marta.

Salve” salutò più la tazzina che colei che la portava.

Che mortorio oggi!” Stefania non rispose. Attraversò l’atrio e davanti alla porta del suo ufficio, fece una mezza giravolta e con una bravura da circense, schiacciò la maniglia con il gomito e contemporaneamente infilò il ginocchio tra il battente e lo stipite… La porta si aprì dolcemente e dall’altra parte della stanza si udì un suono di approvazione. Era la voce di Cesare, il giovane praticante di studio.

Sorda, cieca o maleducata?” Marta decise di ignorare i due e di fare un salto in via Bagutta. Forse Mario era lì.

Scese le scale a piedi.

Ah, sapesse che tragedia, che tragedia, cara la mia signora, che immane tragedia!” la signora Adele si soffiava rumorosamente il naso. Marta si appiattì lungo il muro e si mise a origliare. Non lo faceva mai, ma questa volta fece l’eccezione. L’inquilina del primo piano, una vecchia zitella che si faceva chiamare signorina Poggi, stava lacrimando.

Ah, ma davvero? Ma pensi, entrambe nello stesso ospedale!”

Eh si, Vittoria ha iniziato avere le doglie stanotte… Me lo ha detto la portiera di via Bagutta, sa, i giovani abitano là… signor Mario, dopo il fattaccio, non se la sentiva di tornare a Milano due… e come mi ha detto la signorina Stefania, sa quella con quella coda di cavallo… tanto per bene… era la segretaria anche del vecchio notaio… insomma, lei mi ha detto che il signor Mario ha telefonato dall’ospedale… poveraccio, che destino strano… e che si divide tra la moglie che è peggiorata e la povera Vittoria che è in travaglio… e sono due gemelli, sa… Mah, speriamo che la dottoressa non muore proprio adesso, sta proprio male, poverina… che tragedia, che tragedia!”

Dottoressa? Quale dottoressa?” Marta, raggelata, quasi investì la donna. L’avrebbe volentieri presa a sberle per farla rispondere, per sapere…Non faccia finta di non sentirmi! Non sono mica trasparente!” ma la signora Adele non si scompose. Si limitò a un lungo, accorato sospiro e si strinse nelle spalle, dubbiosa.

Pensa che sarebbe il caso di mandare i fiori a San Raffaele o aspettare che la mammina rientri a casa?” chiese con un certo imbarazzo la signorina Poggi.

Non saprei, magari aspettiamo le nuove” gracchiò la signora Adele e con un colpo di reni guadagnò la porta della portineria.

Mi spiace, la devo lasciare… è quasi mezzogiorno e devo far da mangiare al mio marito” concluse tirando la tenda sulla finestra della guardiola.

Allora buon appetito e arrivederci… e mi faccia sapere!”

Non mancherò” bofonchiò Adele mettendosi un grembiule a quadretti.

Dottoressa che sta male? Vittoria in sala parto? Ma chi e com’è possibile?” Marta si ritrovò davanti al gigantesco centro ospedaliero senza sapere come ci fosse arrivata.

Che ci faccio qui, davanti a San Raffaele?”Pensieri, troppi pensieri… e siamo vicini a natale ed io non ho ancora comprato i regali” I casi sono due… sto sognando e presto mi sveglio oppure sono davvero da manicomio… Maternità, ostetricia… sala parto… settore C, settimo piano” lesse e si incamminò verso l’ascensore…

Vittoria urlava con tutto il fiato che aveva in corpo.

La dilatazione è completa, spinga! Ora!”

Io spingo, cazzo, ma fa un male caneeeee!” l’infermiera le asciugò la fronte, madida di sudore.

Avrebbe dovuto acconsentire al taglio cesareo, signora, con due gemelli nel grembo per lei sarebbe stato meno doloroso e per i bambini meno traumatico.”

Nooooo! Voglio vederli nascere!” Questo è quindi quello che ho rincorso per tutti questi anni? Marta si sentì inadeguata. Osservava Vittoria che gridava a gambe divaricate… Il sudore e le lacrime che colavano sulle nocche della mano, bianca dallo sforzo di stringere il polso di Mario. Com’è bianco… sembra sul punto di svenire.

Spinga! Ecco la testa… vieni, tesoro, vieni al mondo, bellezza!”

Ecco, signora, il primo è fuori… che fortuna, arriva subito il secondo!” il medico porse il primo neonato all’infermiera.

Spinga!”

Perché non piange?”

Non si preoccupi, ora spinga… ancora… ora… ecco il secondo campione!” Un duetto di vagiti rallegrò la sala parto.

Si rilassi, ora c’è da espellere la placenta e poi…”

C’è un altro bambino!” gemette Vittoria “Lo sento, lo sento”

Mio dio… è… podalico!” Il medico non si aspettava un epilogo simile.

Podalico… cosa?” uscì dalle labbra di Mario.

Si presenta con i piedi”… medico corrugò la fronte. “Meglio che esca, signore, siamo in emergenza.” Mario lasciò la sala parto. Le gambe stentavano reggerlo. L’emozione di vedere nascere i due bambini lo ha come prosciugato da tutta la forza vitale.

Sono diventato padre!” si riempì il cuore con le parole che gli suonavano come le più dolci dell’intero universo.

Padre! Dio ti ringrazio!” Stordito guardò l’infermiera che gli si avvicinava.

Dottore, sono dispiaciuta di darle delle brutte notizie in un momento di gioia… dovrebbe fare un salto in neurologia… La signora D’Agostino è peggiorata… siamo alla fine”…

C’è… c’è un terzo bambino” l’uomo si schiarì la voce“ è podalico… non va bene… non esce… cosa staranno facendo?”

Stia tranquillo, sua… signora è in buone mani.” L’infermiera di servizio al reparto di neurologia conosceva Mario da due anni e sapeva che la parola “moglie” riferita a Vittoria sarebbe stata corretta per un verso e crudele per l’altro.

Il grembo martoriato di Vittoria ondeggiava. Il mare della vita… Marta rimase rapita dalla consapevolezza dell’eternità.

Niente, non c’è nulla da fare… la madre è sfinita, non ce la farebbe… il bambino sta soffrendo… preparate una sala operatoria per il taglio cesareo!” Il medico uscì di corsa dalla sala parto. Due portantini caricarono la semi svenuta Vittoria sulla barella.

Di corsa, veloci… sala due!” Marta corse dietro la barella. Si sentiva meravigliosamente bene, leggera, quasi fluttuante. La mente cristallina, sgombra da pensieri negativi e per la prima volta conscia del significato della parola “maternità”. Ora sapeva. Sapeva tutto. Neanche tanto sorpresa per le mancate reazioni alla sua presenza da parte dei barellieri e della infermiera, agganciò gli occhi vacui della partoriente.

Respira, Vittoria, respira” le sussurrò dolcemente. “Devi respirare!”

Spingi, Vittoria, spingi! La bambina la giro io… devi solo spingere per farla uscire… sta soffocando!” Marta appoggiò delicatamente le mani sul ventre sussultante della malcapitata che la guardava con terrore.

Mi vedi, Vittoria, lo so che mi vedi… non aver paura… voglio aiutarti… la bambina deve vivere… Spingi! Ora!”

Non ho la forza”

Spingi! Se non spingi ora, la bambina morirà… e se tentano il cesareo, morirai anche tu… e non mi sembra caso sottoporre Mario a tutti questi lutti… ti pare? Spingi!”

Guardate, si vede la testa!”

Chiamate il medico e l’ostetrica! Si torna indietro! Sta uscendo!”

Signora, è una bambina” le mani amorevoli tagliarono il cordone ombelicale.

Una bambina bellissima!”

Il giorno dopo Marta si aggirava nella nursery beandosi della vista di decine di urlanti neonati. Notò che su ogni culla c’era un cartellino con su scritto il nome, anche i maschi di Vittoria ne avevano uno: Andrea e Filippo… ma la bambina ne era priva… Forse per questo era quella che piangeva più forte di tutti.

Avanti, tesorini, andiamo dalla mammina… e forse vi tocca un po’ di latte materno” l’infermiera coricò i tre fagotti uno accanto all’altro in una specie di grande culla a rotelle.

Vittoria era sveglia. Pallida e provata teneva per mano Mario. Entrambi avevano gli occhi lucidi.

Ecco i vostri gioielli, signori!” sorrise la puericultrice. “Splendono come le stelle.”

Andrea, Filippo e…”

La bambina non ha ancora un nome?”

Ce l’ha” rispose la voce ferma di Vittoria.

La bambina si chiama Marta.”

Bel nome” approvò l’infermiera.

Bel nome”… ripeté Vittoria… e pensò che se anche non fosse bello, era l’unico nome che la bambina avrebbe potuto portare. L’unico nome… il nome della persona che l’ha fatta nascere, che l’ha fatta vivere. E di questo Vittoria era certa: senza Marta sarebbero morte entrambe. Marta baciò Vittoria in fronte e la piccola sulle guance.

Addio.” La finestra si aprì, la tenda si mosse e nella stanza entrò una grande farfalla colorata.

Guarda, Mario, una farfalla a dicembre!”

Ah, ha le ali dello stesso colore degli occhi della piccola… pervinca”… La farfalla fece il giro della camera, si posò sulla testolina della piccola Marta e dopo aver indugiato qualche secondo, proseguì il suo volo verso il tavolo sul quale Mario appoggiò il quotidiano. Un alito di vento sollevò una pagina, poi un’altra ed un’altra ancora. La farfalla toccò con le zampette un articolo, si esibì in una strana piroetta, sorvolò per un’ultima volta la stanza ed uscì dalla finestra.

Vittoria prese il giornale e lesse:

Ieri, il 12 dicembre, si è spenta all’età di 47 anni la dottoressa Marta D’Agostino, contitolare dello storico studio notarile D’Agostino & soci. La dottoressa era da due anni in coma profondo in seguito all’incidente stradale del quale è stata vittima a Milano, in piazza San Babila, il 12. dicembre 2011. Le più sentite condoglianze del Corriere alla famiglia.”

Vera Somerova VerSo

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VerSo

Poesie? Ne ho scritte tante… ora mi aspetto che qualcuna di loro scriva me…
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