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Urlando di notte (poesie)

Questa categoria contiene 5 articoli

Rosemary

757px-TheKennedyFamily1Non seguire il diavolo, predicavi sul mio cuore.
Morirai tra le fiamme d’inferno
contorcendoti tra gli spasimi
della tua invereconda libidine.

Avevo ventitré anni,
la voglia di vivere e conoscere il mondo
amare ed essere riamata… Leggi i miei diari,
padre padrone, fosti tu a volermi curare…
La gioventù era una malattia ed un pazzo,
compiacente dottore mi fece la lobotomia.

Resto seduta qui, una rinsecchita
allodola che canta le sue nenie
con voce gracchiante.
Gli specchi non riflettono la follia
delle vostre gesta e nell’obliato mio sepolcro
nessuno bussa sul mio cuore.

Amo il dondolio del mare
rimane nei miei lobi come una fanfara
stridula del tempo amaro che fu.
E visi dei miei fratelli uccisi da veri folli,
mi fanno compagnia in questa vita che
ondeggia tra il nulla dei camici bianchi
e le ninfee che ancora si aprono
sul mio destino scippato.

Io cavalco la morte
un vuoto che non sa del mondo…
Vascello fantasma nei gorghi di emozioni
uccise da avemaria delle tue preghiere bestemmiate.
Sono figlia di un incesto minore,
vergine immolata sull’altare dei baci non dati.
Sono i latrati di un cane
nel buio di una notte senza luna…
Prega per sempre, padre, su quella lapide
benedetta di bellezza di una ragazza
sepolta viva dai crocifissi del tuo
bigotto perbenismo.
Copyright©2014
Vera Somerova VerSo- inedita
Dedicato a Rose Marie Kennedy, detta Rosemary (Brookline, 13 settembre 1918– Hyannis Port, 7 gennaio 2005), terza figlia (la prima femmina) di Joseph P. Kennedy e Rose Fitzgerald.
Sorella di John Fitzgerald e Robert Kennedy, all’età di 23 anni fu sottoposta alla lobotomia dal dottor James W. Watts su richiesta del padre che si lamentò con i medici degli sbalzi di umore della figlia e della sua condotta sessuale libera e disinvolta. Il padre, inoltre, nascose l’operazione al resto della famiglia. L’intervento in sé produsse gli effetti desiderati, ma ridusse Rosemary ad uno stato vegetativo permanente.

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Ode alla signora F. …per non dimenticare…

La signora F. c’è sempre stata…

Terezin

Lei, la sua vestaglia rossa… di ciniglia…

i suoi canarini, la poltrona di velluto verde

ed il signor F…

senza due dita ma con un paio di baffi.

La signora F. lasciava sempre la porta aperta…

La mattina cantava a squarciagola,

nel pomeriggio ricamava

e la sera si perdeva nei suoi ricordi…

La signora F. aveva un tavolino tondo,

coperto da un’impalpabile trina…

e sopra una foto di tre bambini

in una cornice d’argento.

“Chi sono?” chiedevano i miei cinque anni

“Sono i miei figli”… un singhiozzo e

“Mangia un cioccolatino”…

“Dove sono? Voglio giocare con loro!”…

“Sono lontani”

bofonchiavano i baffi del signor F. dalla poltrona verde…

“Non è possibile” tremava il petto della signora F.

ed io scomparivo nel suo abbraccio

e m’inumidivo dalle sue lacrime…

La signora F. aveva uno strano tatuaggio sul braccio…

“Cos’è questo che sembra un cigno?”

“è un due”

No, è proprio un cigno, sentenziavo…

La signora F. aveva anche una chiocciola 6

ed una lumaca 9 accanto al sederino 3…

Ed il signor F. aveva anche una pista per le macchinine 8…

Lui solo,

le femmine non giocano con le macchinine, vero?

Il signor F. aveva anche la frusta 1…

Le piccole dita innocenti dei miei cinque anni

scorrevano su quei segni…

Allora la signora F. accendeva la radio

e mi portava davanti alla gabbia dei canarini:

“Tra poco canteranno, vedrai”…

La sera comunicavo le mie scoperte in casa…

Ah, sospirava la nonna e, rumorosa, si soffiava il naso…

Ah… che tragedia… che crudeltà… che pena…

Ah, Oświęcim… Auschwitz… le camere a gas…

Frammenti di parole, mescolate ad altre… incomprensibili.

Ah, ah…

La signora F. festeggiava Pesach

e non lavava i piatti sabato e domenica…

Una volta all’anno la signora F. si vestiva tutta di bianco…

Anche il signor F. sfoggiava camicia e pantaloni bianchi…

Quel giorno non si sentiva il profumo di cibo in casa loro…

“Ah, è lo Yom Kippur” bisbigliava la nonna

“Il giorno dell’espiazione”…

“Ma cos’avranno mai da espiare, quei poveretti?”

La crocchia della nonna era in disaccordo…

“Oggi niente dolcetti, piccola… digiunano!”

Un giorno la porta della signora F. rimase chiusa…

Ah, ah… il signor F. sta male…

Ah, ah… avete sentito l’ambulanza,

Stanotte alle quattro…

Ah, ah… poveretto…

è già un miracolo se è vissuto tutti questi anni…

Ah, ah… con la milza spappolata

Ah, ah… con un rene solo

Ah, ah… anche l’enfisema per colpa dei nazisti…

Ah, ah…povero Franz…

La signora F. smise di cantare…

“Dov’è il signor F.?”

“Ah, è andato dai nostri bambini…”

Ah, ah…

“Ma quando torna?”

“Non torna… sarò io quella che andrà da lui…”

Ah, ah…

La signora F. smise di lavare i piatti,

smise di vestirsi e di pettinarsi…

Accatastava i piatti nel lavello,

uno sopra l’altro…

uno sopra l’altro…

in una piramide assurda e puzzolente…

in barba alle leggi di gravità…

fintanto che la cima non cadde a terra…

Ah, ah… arrivò la nonna con grembiule,

vecchi giornali ed un piatto di ciambelle…

Ah, ah… faccia un tè… nel mentre io riordino…

La signora F. uscì di casa sventolando una busta…

Sorrideva

Sorrideva…

Una lettera di Franz… gridava

E ci sono i disegni dei miei bambini!

Ah, ah… pianse la nonna

Ah, ah… è impazzita, poveretta…

Ah, ah… signora mia, si scrive le lettere da sola!

La signora F. mostrava i disegni dei suoi bambini

a tutto il vicinato…

Questa nave l’ha disegnata Jacob… quant’è bravo…

un vero genio… vuole fare il marinaio…

E questo, vedete che tocco lieve…

questo cielo è opera di Miriam… lei suona il piano,

sapete… ha proprio un talento unico… farà la concertista…

e questo scarabocchio è del piccolo di casa, Yosef…

un amore di pupetto…

Ah, ah… non va più al cimitero…

Ah, ah… certo, c’è solo Franz in quella tomba…

i corpi dei bambini non sono mai stati trovati…

Ah, ah… come aiutarla…

Ah, ah…

La signora F. mi regalò un orso di pezza…

senza un occhio e tutto ricucito…

Ah, ah… che ti ha dato?

Un balocco di Miriam…

Ah, ah…un sacro ricordo di sua figlia…

Salvato

da quel che rimase della loro casa

insieme con pochi altri ricordi…

Tutto distrutto

Tutto distrutto…

Ah, ah… speriamo bene…

La porta della signora F. non si apre…

Da un’ora la nonna bussa sull’uscio…

Concitato vociferare delle comari,

misto allo schiocco delle tante nocche…

sul duro legno della porta…

Ah, ah… aprite la porta!

Calci, pugni, botte…

Un improvvisato piede di porco

ha la meglio…

finalmente…

Ah, ah… poveretta!

Vicino al soffitto…

In alto, alto…

vola la signora F.

Una grossa farfalla

di bianco vestita…

Felice…

Irraggiungibile…

Sorridente…

Stona solo

quella corda al collo…

Ah, ah…

Shalom.

Copyright© Vera Somerova VerSo

– inedita

L’ultima pesca

Il mare è verde

Oggi.

Un battello arranca

Stancamente

Tra le onde.

Vorrebbe fenderle

fieramente

Domarle

con la forza

della gioventù

perduta da tempo…

Rosseggia la ruggine

dello scafo

popolato

da alghe

e molluschi.

Il fumo sbuffa

Lento

Dipingendo

Nuvole grigie

Qua e là.

Un marinaio

uscito da una vecchia

pellicola

Scruta l’orizzonte

Il sole è alto

E neanche un soffio di vento

 

“Dove andiamo, vecchio mio

in questa bonaccia schifosa?

Neanche un ghiozzo,

entrerà nella rete…”

 

La barca scricchiola

come le ossa

del suo capitano.

Sul lato destro

riposa una sirena

dai lunghi capelli

verdastri

Mezza mangiata

dalla salsedine

Mollemente adagiata

Con l’occhio privo di pupilla

osserva la stesa d’acqua

Malinconicamente.

 

“Canta, Sirena!

Il tuo vecchio è di nuovo

nel mare…

E dicevano che

Non potevo…

Non ero in grado…

Vecchio…

Vecchio!

Privo di forze

e buono solo

per l’ospizio

a giocare a scala quaranta

con quei rimbambiti…

E dicevano

che tu

eri ormai andata…

Un ferro arrugginito

Da rottamare…

Ed invece

scivoli tra le pieghe

marine

Tintinni di conchiglie,

profumi di pesca…

Canta, Sirena!

Ammalia il mio cuore

Di libertà

Per l’ultima volta.

Non è tempo per omelie

Non è la fine di un vecchio

Mi permettano,

Signorie vostre,

un’ultima pesca,

un piatto di paranza

e poi…

Ve lo prometto

vado a letto.

Spengo la luna

Mi copro

con il cielo stellato…

E domani

Il carro del sole

Tra lingue di fuoco

Nella sua corsa eterna

Canterà un requiem

Soavemente.”

 

Copyright©2010   Vera Somerova VerSo
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED

Ode a nonno H.

Mio nonno aveva occhi di pervinca,

sapeva di tabacco e parlava poco

Mio nonno aveva un casco di cuoio

ed una vecchia moto con la sidecar

con la quale portava la nonna

a fare la spesa…

Mio nonno è stato giudicato troppo giovane

per esser arruolato nella prima guerra mondiale

e troppo vecchio per far da soldato in quella seconda:

ma entrambe lo hanno minato nell’anima…

Mio nonno aveva molti fratelli, molti zii e molti cugini…

Due fratelli

Tre zii

Tre cugini

videro il loro ultimo sole sui campi di battaglia

della “grande guerra”:

forse uccisi dal gas nervino…

forse da un colpo di baionetta…

forse da una mitragliata…

forse da stenti…

Mio nonno aveva molte sorelle, molte zie e molte cugine…

Una sorella

Tre zie

Quattro cugine

non videro la bianca colomba di pace:

forse uccise dalla carestia…

forse dalla spagnola…

forse dal crepacuore…

Mio nonno era nato tedesco ed odiava il Kaiser.

Mio nonno era un atleta…

Faceva la lotta greco-romana,

correva come una lepre,

sollevava i pesi,

saltava in alto e tirava di fioretto…

Mio nonno era un pittore…

Dipingeva monti innevati,

campagne fiorite,

mari che non aveva mai visto,

marinai cotti dal sole

che avevano facce dei suoi fratelli morti…

Mio nonno aveva un allevamento di pastore tedesco…

I suoi protetti erano campioni riconosciuti,

ammirati per la bellezza e per l’addestramento…

Mio nonno amava i suoi cani…

Poi vennero i nazisti e smembrarono l’allevamento

portando chissà dove i cani adulti ed i cuccioli…

Mio nonno era nato tedesco ed odiava i nazisti.

Mio nonno aveva una moglie e tre figli

perennemente affamati…

Prigionieri della città

dove si sopravviveva

con scarse razioni di cibo

che non bastavano mai…

E quando il rumore di stomaci vuoti

superava la paura…

mia nonna si faceva il segno della croce,

stirava la camicia di nonno più bella,

spolverava la giacca con risvolti di velluto

e pantaloni alla zuava…

lucidava gli stivali di cuoio…

E lui, mio nonno…

si vestiva di tutto il punto,

prendeva una grossa valigia di cartone

ed un cappello con la piuma,

e saliva sul treno

per andare in campagna

dove per un orologio,

un gioiello della moglie,

le lenzuola di lino del corredo…

il contadino amico

gli donava qualche uovo,

farina, burro, fagioli…

carne, se andava bene…

E, di ritorno, in stazione…

con la valigia che pesava,

di cibo e di terrore…

lui,

con i suoi stivali lucidissimi

che volevano correre…

camminava lento

lentissimo

e faceva “heil hitler”

a tanti soldati in pattuglia

sorridendo

e sudando freddo

rischiando la vita

ogni volta

ogni volta…

perché il procurarsi cibo

per cercare di sfamare i figli…

era un reato

punito con la fucilazione sul posto.

Mio nonno era nato tedesco ed odiava Hitler.

Mio nonno aveva una palazzina in città

ed un terreno in campagna…

Durante la guerra

sul campo stazionavano i carri dei tedeschi

e la casa era occupata dalle loro famiglie…

Dopo la guerra

I nuovi re giudicarono la casa ed il campo

troppo grandi per una sola famiglia

ed in nome della giustizia comunista

assegnarono a nonno

un pezzo d’uno dei suoi appartamenti

ed un piccolo appezzamento di terra…

per le sue coltivazioni private,

dissero…

Mio nonno era nato libero ed odiava le dittature.

Mio nonno ha conosciuto due guerre

ma non si era temprato

dal fragore della morte,

dal terrore delle carni lacerate,

dal sopruso del vincitore,

dall’umiliazione del vinto,

dagli occhi dei bimbi orfani,

mutilati,

violati,

vilipesi.

Gli occhi di mio nonno contenevano il cielo…

anche quello delle ultime battaglie…

casa per casa…

cortile per cortile…

strada per strada…

tra russi e tedeschi

in quel maggio 1945

dove neanche i fiori sbocciati

riuscivano a coprire l’odore di morte.

Arruolarono i vecchi ed i ragazzini

i tedeschi…

nel nome di un nulla,

di una guerra persa,

d’insensata voglia

di altri spargimenti di sangue

inutili

E questi miseri soldati improvvisati

morivano come mosche

nel nome di un nulla

nel nome della follia

nel nome di un Dio

che non guardava più…

Mio nonno nascose mio padre in soffitta

per non correre i rischi…

perché era nato tedesco

e mio padre aveva quasi quindic’anni…

Quindic’anni da compiere…

poteva voler dire “uomo”

per qualche invasato…

E lui…

sotto un vecchio tavolo

respirava la polvere

e si tappava le orecchie

per non sentire il rumore

assordante

dell’artiglieria,

dei cingolati,

dei lanciarazzi russi…

delle mitraglie dei tedeschi…

per non sentire il pianto di terrore

dei suoi fratelli più piccoli

ed il gocciolare, lento, delle sue stesse lacrime…

La gente uscì per strada, festante

La guerra è finita!

Gridavano,

cantavano,

si baciavano…

Festeggiavano…

I soldati russi,

ubriachi di vodka e di vittoria

ballavano per le strade…

tra i cadaveri dei tedeschi,

tra i corpi ammassati dei civili,

tra i miseri resti dei loro commilitoni…

La città aveva la libertà

ma puzzava di morte…

Mio nonno si rimboccò le maniche

e con altri come lui

formarono le squadre di civili

per riportare ordine e vita tra la gente…

E per giorni,

giorni e giorni…

per settimane…

raccolsero i cadaveri

per seppellirli

in fosse comuni…

con la morte nel cuore,

con gli occhi che non vedevano più

per le lacrime,

per l’orrore,

per umana pietà,

per quel mezzo litro di vodka al giorno,

l’unica paga per un lavoro

necessario,

terribile,

massacrante…

E venne il giorno

in cui mio nonno

trovò un mucchio di cadaveri

ai piedi del muro di Špilberk…

ragazzi e vecchi

ragazzi e vecchi…

Ragazzi privati dal futuro

ragazzi dagli occhi grandi

spalancati

azzurri solo dal cielo…

immobili…

Ragazzi in buffe uniformi tedesche

più grandi dei loro corpi

ancora acerbi…

Ragazzi

con un fucile tra le mani

che non era un giocattolo…

Ne riconobbe due…

Due ragazzi

compagni di scuola di suo figlio…

e da allora

quel mezzo litro di vodka

in dotazione

non bastò più

non bastò più

non bastò più…

Mio nonno era nato tedesco ed odiava la guerra.

Mio nonno aveva un orologio a cucù

con i pendoli a forma di pigna,

una pipa di legno rosa

e mani d’oro.

Mio nonno riparava tutto,

tutto rinasceva tra le sue mani

a nuova vita…

a nuova vita…

Mio nonno era un artista…

dipingeva tristi paesaggi…

mari in burrasca…

i ragazzi dai capelli rossi

con le facce di quelli morti

che aveva seppellito…

Già… mio nonno era un artista

quando non beveva

quando non beveva

quando non beveva…

Mio nonno aveva una moglie,

tre figli,

quattro nipoti,

dieci pronipoti, non tutti conosciuti…

ed una bottiglia…

A volte l’ordine cambiava e

mio nonno aveva una bottiglia,

tre figli,

quattro nipoti e dieci pronipoti

che si vergognavano di lui.

La bottiglia mai…

lei ne andava fiera

anche quella volta,

a guerra finita,

quel giorno

che a nonno dissero:

sai, i tuoi cani,

i tuoi bellissimi,

amatissimi,

addestratissimi cani…

facevano da guardia

in campi di concentramento

per non far fuggire i prigionieri

più morti che vivi

ed ancora più terrorizzati

dal ringhiare feroce

dei tuoi cani

dei tuoi cani

dei tuoi cani

Mio nonno era nato tedesco ed amava i cani…

ma non ne ha mai più voluto uno.

Copyright©2009 Vera Somerova VerSo

Lupi d’argento

Lupi d’argento
Squali d’oro
Brillano
fiumi di lacrime
nella polvere di strade
di Sana’a…
Da mille e mille notti
la luna piena
squarcia il buio notturno
tra stelle accese di speranze…

Dove sei, sovrana di Saba?

L’illusione del silenzio
si stempera in una pozza
d’olio.
Tinta di nero s’affaccia
l’alba.
Gli spari processano i sogni.
L’odio condanna la libertà.
I despoti crocifiggono il coraggio.
La lebbra sgretola anche
le mura esangui.
Il cardamono profuma di morte.

Spargi l’incenso, regina di Saba,
la giustizia s’è bendata
con pelle di cadaveri…

Lupi d’argento
Squali d’oro
sull’albero del peccato
espierete
la vostra orribile
colpa fratricida.

Copyright©2011 Vera Somerova VerSo
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED

VerSo

Poesie? Ne ho scritte tante… ora mi aspetto che qualcuna di loro scriva me…
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